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CAPIRE IL DOLORE (parte1): Perché ognuno di noi vive il dolore in maniera diversa?


Come mai ognuno di noi vive il dolore in maniera diversa ?
Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo porcene un’altra all’apparenza più banale:

Cos’è il DOLORE ?
La IASP (l’Associazione Internazionale per lo Studio del Dolore) nel 2020 ha definito il dolore:

“Una spiacevole esperienza sensoriale ed emozionale associata a, o che assomiglia a quella associata a, un danno tissutale attuale o potenziale”.

Cosa significa questo ?
Il dolore, come dice la definizione, è un’esperienza spiacevole sia sensoriale che emozionale.

Spieghiamolo meglio…
Ognuno di noi possiede dei particolari recettori, organi che ci permettono di entrare in contatto con il mondo che ci circonda, di sentire qualsiasi cosa accada all’esterno dell’organismo, le sensazioni tattili, quelle termiche (caldo e freddo), le variazioni di pressione ecc.
Il nostro organismo però non possiede dei recettori specifici per il dolore!
Ciò che più si avvicina a dei recettori del dolore sono i “nocicettori”, che trasducono e conducono i segnali particolarmente intensi e potenzialmente pericolosi.

Perché sentiamo dolore?

Il nostro cervello riceve ed elabora le informazioni ricevute dalla periferia (con i nocicettori) per capire la pericolosità degli stimoli che arrivano, valutarli ed agire di conseguenza.
Ecco quindi che il dolore inizia a diventare qualcosa di soggettivo, un’esperienza per l’appunto che viene vissuta da ognuno di noi in maniera diversa.
Siamo quindi noi a dare un senso a quello stimolo esterno che ci arriva e che elaboriamo.

Proviamo ora ad andare un po’ più nello specifico e spiegarlo meglio (con l’aiuto dell’immagine in basso).
Tralasciando tutta la fisiologia che sta dietro al dolore, in maniera molto molto semplicistica abbiamo capito che lo stimolo parte dall’esterno (un trauma).
Quest’ultimo viene captato dai nocicettori che inviano i segnali al sistema nervoso centrale (midollo spinale e cervello) per informarlo dell’accaduto.
Questi segnali vengono trasmessi tramite diverse vie a seconda del tipo di stimolo ricevuto.
Dal midollo spinale il messaggio risale varie stazioni fino ad arrivare al cervello ed in particolare ad una sua porzione, la corteccia somatosensoriale.
Quest’ultima ci permette di capire la qualità, l’intensità, la posizione e la durata dello stimolo.
Il messaggio contemporaneamente arriva anche su altre strutture, tra cui il sistema limbico. È qui che la sensazione percepita all’inizio si arricchisce di altri elementi, ovvero la parte emozionale.
Il trauma viene cioè confrontato con le nostre esperienze passate, le paure, le aspettative, le credenze riguardo quello che ci è successo, lo stato psicofisico del momento (se siamo stanchi, giù di morale, depressi, ansiosi…) facendoci a volte percepire il problema più grande di quello che è.

Il dolore è sempre influenzato da fattori biologici, psicologici e sociali.
Questo rende la sensazione dolorosa differente per ognuno di noi, appunto…soggettiva.

Quindi da quanto abbiamo detto possiamo dedurre che:

  • Il dolore non fornisce sempre una misura dello stato dei tessuti (non sempre è correlato a un danno strutturale) e la relazione tra stato dei tessuti e dolore diventa meno prevedibile man mano che quest’ultimo persiste (nel dolore cronico subentrano molti aspetti legati alla sfera psicosociale, sentiamo dolore anche senza un danno); 
  • Il dolore è modulato da molti fattori provenienti da domini somatici, psicologici e sociali.

Un piccolo esempio…

Concludiamo con un piccolo esempio che ci permette di ragionare sul concetto di: ‘modulazione del dolore’:

Un bambino gioca per strada, cade e si sbuccia il ginocchio. 
Si guarda la gamba, poi guarda la mamma ed inizia a piangere. 
La mamma gli mette un cerotto e dice: <ecco, adesso stai bene> e gli fa vedere che gli altri bimbi stanno continuando a giocare, lui così facendo sposta l’attenzione e pian piano smette di piangere.

Cosa è successo?
È cambiata la sua credenza sul danno!
Vediamolo meglio.
La mamma ha messo il cerotto, dimostrando al bimbo attenzione e di dare importanza al suo danno.
Successivamente lo ha invitato a tornare a giocare.
Così facendo lui attribuisce meno importanza a quello stimolo e riesce a cambiare l’output dolore.
Il fastidio che sente ovviamente non sparisce ma con queste interazioni rassicuriamo il bambino che il danno che ha avuto non è pericoloso, che va tutto bene.
In tal modo cambiamo il suo sistema di credenze sul danno tissutale.
Aveva pensato che il graffio sul ginocchio fosse pericoloso ma dopo aver ricevuto la nostra rassicurazione ora capisce che non lo è.
Con la nostra rassicurazione non minimizziamo o invalidiamo il dolore, piuttosto lo prendiamo sul serio prestando attenzione con l’uso del cerotto. 

In questo modo non creiamo la possibilità nel suo sistema di credenze che potremmo aver preso sottogamba la cosa e che il danno possa essere pericoloso.
Inoltre non creiamo una lotta di potere su chi ha ragione.
Usiamo la distrazione intenzionale dell’attenzione lontano dal senso di danno che lui ha.
In tal modo, occupiamo la sua attenzione con esperienze piacevoli, che rafforzano ulteriormente la sensazione che il suo danno non sia davvero pericoloso.
Come risultato di tutti questi cambiamenti nei suoi aspetti cognitivi, attenzionali ed emotivi, il suo dolore si attenua.

Nei prossimi articoli approfondiremo ulteriormente il tema “dolore”, analizzandone le varie tipologie con un occhio di riguardo al dolore persistente. Scopriremo altresì che, in alcune circostanze, il dolore può diventare esso stesso patologia.