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La KINESIOFOBIA, una sfida Psicologica in Fisioterapia

“La fisioterapia rappresenta il ritorno al movimento senza pensieri e senza paura” L. Gifford

Ad oggi, gli studi scientifici riguardanti il dolore ci dicono che:
• Avere dolore non significa necessariamente avere un danno
• Muoversi nonostante il dolore è sicuro 
• Avere dolore durante gli esercizi non significa che stiamo peggiorando

Succede a tutti di farsi male…e dopo essersi fatti male capita di sentire dolore. Sarà proprio questo dolore ad avere grande importanza, sia nel bene che nel male.

In che senso “avrà grande importanza nel bene”? 
Perché inizialmente agirà da PROTEZIONE. 

Che significa che il dolore agisce da protezione?
Dopo esserci fatti male, a causa del dolore useremo di meno la parte colpita, limitando le attività e non sovraccaricando le strutture già lesionate con l’intento di guarire quanto prima.

Ecco quindi come il dolore agisce da protezione.
Attenzione però. Con il passare dei giorni, settimane e mesi e con il calare dello stato infiammatorio e la guarigione dei tessuti, in alcune persone subentra la paura di usare la parte del corpo che era stata colpita. Si tratta di una reazione spontanea, normale ed abbastanza diffusa purché rimanga entro certi limiti. 

[Attenzione quindi ad un concetto fondamentale, DOLORE E DANNO NON SONO LA STESSA COSA.
Possiamo continuare ad avere dolore anche se non c’è più un danno, anche se la lesione è guarita. Siamo abituati a pensare che dolore = lesione ma non è così.
Il dolore è sempre influenzato da più fattori, non solo biologici ma anche psicologici e sociali. Questo rende la sensazione dolorosa differente per ognuno di noi, in poche parole: soggettiva.]

Cosa centra in tutto questo la kinesiofobia?

La Kinesiofobia, come dice il nome stesso, rappresenta la “paura correlata al movimento”.
Questa definizione però non ci basta, perché come già detto, tutti abbiamo avuto il timore di farci male nuovamente dopo un infortunio.

La kinesiofobia invece è una vera e propria condizione debilitante, nella quale il paziente presenta un’intensa, eccessiva ed irrazionale paura nell’esecuzione di un movimento.

I soggetti che soffrono di kinesiofobia si sentono vulnerabili e si auto-convincono che con il movimento il problema potrebbe ripresentarsi o che qualcosa all’interno del corpo possa “rompersi”.
Di conseguenza il paziente si comporta evitando determinati gesti e riducendo al minimo le attività fino a raggiungere, nei casi più gravi, una quasi totale staticità.
La kinesiofobia gioca un ruolo negativo anche sugli effetti benefici ottenibili dalla riabilitazione.
Il paziente che “ha paura di muoversi per non far danno” si limita oltremisura nell’esecuzione degli esercizi prescritti, pregiudicando la piena e completa ripresa della normale funzionalità muscolo-scheletrica.
Questa credenza dà al paziente la sensazione di essere vulnerabile alle lesioni e alle recidive.

In realtà, come abbiamo visto all’inizio, la kinesiofobia non va sempre demonizzata.
All’inizio, dopo esserci fatti male, evitare di fare determinati movimenti può essere giusto.

Cosa facciamo quindi inizialmente?
Stiamo fermi ed aspettiamo che lo stato infiammatorio cali.

E a distanza di tempo?
Nel lungo termine, quando cioè la lesione è passata (ho detto lesione e non dolore. Ricordiamo che lesione e dolore sono due cose diverse. Il dolore potrebbe essere presente anche senza una lesione), stare fermi diventa un comportamento controproducente.

Cosa riferiscono e come si presentano i pazienti che hanno un’elevata kinesiofobia?

Studi sulla kinesiofobia ci dicono che i pazienti kinesiofobici:
– credono che l’attività dolorosa possa creare un danno;
– riferiscono la preoccupazione relativa ad un danno a carico del nervo;
– credono che il dolore possa aumentare la sofferenza e provocare perdita di funzionalità

Le frasi spesso ripetute da questi pazienti sono:
• «Se ho dolore vuol dire che si sta danneggiando qualcosa»;
• «Sono preoccupato che il gonfiore stia facendo pressione e stia schiacciando un nervo da qualche parte»;
• «Per me il mal di schiena significa: danno- nervo- midollo spinale- sedia a rotelle»;
• «Mi fermo perché sto cercando di non fare più danni alla schiena»;
• «Evito di piegarmi perché significherebbe fare più danno».

Prendendo, per esempio, in esame pazienti kinesiofobici che hanno sofferto in precedenza di mal di schiena, noteremo che si muovono in maniera diversa rispetto ai sani.
Cercano di preservare la zona lombare, fanno movimenti più lenti, poco variabili e con maggiore rigidità.

Perché succede questo?
Perché la paura porterà gli individui a muoversi di meno e di conseguenza i muscoli diventeranno man mano più deboli.
I pazienti arriveranno quindi ad avere una schiena meno sana, meno versatile, meno forte e meno mobile.

Perché il paziente arriva a pensare che l’attività e il movimento possano creare un danno?

Abbiamo capito che per il paziente kinesiofobico attività e movimento sono uguali a danno, perdita di funzione o aumento del dolore.

Ma perché?
La risposta principale è che ci sono delle credenze errate alla base.

Ci sono vari studi che hanno cercato di identificare l’origine di queste credenze errate.
Alcuni esempi:
• La ricerca di informazioni in autonomia, tramite il web
• Informazioni derivate dalla tv, dal contesto sociale o familiare
• Esperienze pregresse
• Informazioni sanitarie che il medico o il fisioterapista ha dato.

Su quest’ultimo punto le informazioni date dal professionista potrebbero non essere del tutto coerenti con il quadro clinico o con le evidenze scientifiche, o potrebbero esser state mal interpretate dal paziente stesso.
Pensiamo a quante volte vediamo arrivare un paziente preoccupatissimo con una risonanza magnetica in mano ed il referto che attesta la presenza di un’ernia.
Ok c’è un’ernia, è vero, magari però il dolore ed il fastidio che il soggetto avverte non centra niente con la presenza dell’ernia!
Su quel referto, il paziente però, se non adeguatamente informato può investire delle credenze errate che lo portano a limitare il movimento e le attività, sviluppando paura e quindi un comportamento maladattativo.

Ma quindi si tratta solo di un problema muscolo-scheletrico o no?

No. Abbiamo detto più volte che il dolore non dipende solo dal danno strutturale ma racchiude in se anche aspetti psichici e sociali.

Capiamolo meglio attraverso due studi scientifici:
Nello studio di Svensson e colleghi, del 2011, condotto su 84 pazienti sottoposti a erniectomia, la metà di essi per svariati mesi (dai 10 ai 34) accusavano maggior dolore, tendevano ad avere pensieri negativi, presentavano sintomi depressivi e punteggi negativi alle scale di valutazione della qualità della vita.
Kinesiofobia, depressione, catastrofizzazione appaiono quindi collegati alla paura del dolore senza essere influenzati minimamente dalla riuscita dell’intervento dal punto di vista anatomico.

Anche Arpino e colleghi in uno studio del 2004 hanno evidenziato che i pazienti con alti livelli di kinesiofobia tendono ad avere più sintomi depressivi, suggerendo che la depressione è un fattore indipendente di predizione d’insuccesso dopo intervento di erniectomia e che prevenire la kinesiofobia può ridurre notevolmente la sintomatologia depressiva.

Giunge quindi l’ennesima conferma di quanto l’aspetto psicologico abbia una sostanziale influenza sul nostro benessere fisico, in quanto capace di indurre malesseri e disturbi che non hanno ragione d’essere, ma che dal paziente sono percepiti come reali.

Il paziente come potrebbe ottenere la sicurezza di cui necessita?

Ruolo fondamentale, assieme alle altre figure sanitarie, è il fisioterapista.

Quest’ultimo deve conoscere bene il dolore e i meccanismi che lo sottendono, conoscere la letteratura per rassicurare i pazienti su che attività o movimenti possono fare senza incorrere in problemi.
Può essere anche utile conoscere il decorso naturale della patologia o dopo quanto aspettarsi certi miglioramenti, in modo da dare aspettative realistiche e saper spiegare che eventuali riacutizzazioni sono del tutto normali.
L’esercizio, qui come in altri contesti, darà un grande aiuto.

Assieme ad esso sembrerebbe comunque che terapie di impronta più psicologica, come la terapia cognitivo-comportamentale, o interventi multimodali possano dare il loro contributo.

L’esercizio, secondo alcune interpretazioni, può essere visto come una forma di violazione dell’aspettativa o come esposizione graduale per quanto riguarda la paura.

Conclusioni

La kinesiofobia rappresenta quindi un’estrema paura del movimento e il fisioterapista svolge un ruolo decisivo nel suo trattamento.

In sintesi può essere trattata, utilizzando una commistione di interventi:
• comportamentali (esposizione graduale e goal setting)
• cognitivi (educazione al dolore e modifica della rappresentazione cognitiva del problema)
• esercizio fisico

Sebbene il miglioramento della kinesiofobia non determini sempre una riduzione del dolore, pensate a quanto questa può impattare la disabilità, il tono dell’umore e la qualità della vita del paziente.
Se a parità di dolore si riesce a riprendere la propria attività…beh siamo di fronte ad un ottimo risultato.

 

BIBLIOGRAFIA

  • Svensson GL, Lundberg M, Ostgaard HC, Wendt GK. High degree of kinesiophobia after lumbar disc herniation surgery: a cross-sectional study of 84 patients. Acta Orthop. 2011 Dec;82(6):732-6.
  • Arpino L, Iavarone A, Parlato C, Moraci A.(2004) Prognostic role of depression after lumbar disc surgery; 25 (3): 145-7
  • Osumi M, Sumitani M, Otake Y, Nishigami T, Mibu A, Nishi Y, et al. Kinesiophobia modulates lumbar movements in people with chronic low back pain: a kinematic analysis of lumbar bending and returning movement. Eur spine J Off Publ Eur Spine Soc Eur Spinal Deform Soc Eur Sect Cerv Spine Res Soc. 2019 Jul;28(7):1572–8.
  • Karayannis N V, Smeets RJEM, van den Hoorn W, Hodges PW. Fear of Movement Is Related to Trunk Stiffness in Low Back Pain. PLoS One. 2013;8(6):e67779.